L’EUROPA DEI CITTADINI: RISCOPRIRE LO SVILUPPO

Intervista a Antonio Lorenzo Necci pubblicata sul Corriere della Sera

Roma. Aprile 1996

1.L’Europa fuori dalla ritualità

Parlare d’Europa assume oggi caratteristiche quasi d’obbligo, con domande scontate e risposte spesso altrettanto scontate. Dove sta il nodo vero dell’Europa oggi? In questo scenario qual è il nodo del nostro rapporto con l’Europa?

Il punto centrale risiede nel comprendere che la partecipazione paritetica, in diritti e doveri, all’Europa è la condizione per lo sviluppo ulteriore dell’Italia. Non si tratta di questione formale, quasi di orgoglio nazionale per evitare di appartenere alla schiera degli esclusi: questo approccio di fondo è fuorviante e sbagliato. L’Europa non è una punizione, è l’unica occasione per riprendere in mano la nostra crescita. Perseguire la costruzione dell’Unione Europea equivale a disporre degli strumenti a ripensare con nuovo slancio un futuro più solido e di lunga durata per il nostro Paese.

Ma come si può fare a rompere lo schema scontato che contrappone chi vuol restare sul treno europeo e chi tende in vari modi a scendere, sia pure con tutti i distinguo del caso?

Molti in effetti pensano che non siamo in grado di eseguire i parametri di Maastricht, quindi meglio uscire. Altri ritengono che Maastricht vada perseguito a tutti i costi pagando anche prezzi molto alti. Io credo che bisogna cambiare approccio.
Il primo passo è quello di usare le scadenze e i vincoli europei come occasione di autocoscienza del Paese, per verificare dove siamo realmente arrivati, chi realmente siamo, dove possiamo arrivare e cosa possiamo ancora diventare. Per singolare coincidenza l’ingresso in Europa vede convergere la crisi politico-istituzionale interna con quella internazionale: il delicato passaggio che viviamo sul fronte del ricambio della classe dirigente e dei meccanismi istituzionale si somma con il venir meno della solida casella internazionale che l’Italia ha occupato in quasi mezzo secolo.

Ma cosa vuol dire fare autocoscienza?

Significa smetterla di riproporre schemi vecchi, velati di ideologia e di retorica sull’Europa. Bisogna invece, con un atto di maturità, misurare le debolezze reali del nostro Paese, sul piano economico e su quello sociale, su quello territoriale e su quello finanziario. Sul piano delle infrastrutture e su quello dei servizi, sino al piano culturale ed etico. Il risultato sarà sorprendente ed apporterà più di qualche incrinatura allo schema contrapposto, tanto scontato e povero, di chi vuol restare sul treno europeo e di chi vuole scendere dal convoglio.

Europa vuol dire anche una certa concezione politica?

Certamente.
In quella che oggi viene già chiamata seconda repubblica, l’Italia rischia di muoversi con le logiche, le idee, i preconcetti della odiata, ma ancora non superate, prima repubblica, che incombe e domina scelte e comportamenti, programmi e azioni. Di veramente nuovo non c’è, ad oggi, molto.
Si ripropongono con modalità e forme diverse tutte le idee, le organizzazioni, i modi di pensare degli ultimi decenni. Senza avere il coraggio di cambiare neanche i contenitori formali della nostra fatiscente democrazia. Continuano a riproporsi varie “chiese” ideologie, magari verniciate a grezzo e intonacate di nuovo liberalismo. Manca ancora in Italia un anello fondamentale dell’evoluzione del Paese, che non può essere eluso, sostituito, ingannato. Manca l’anello della dell’evoluzione liberale. Questa è rimasta nel cuore e nelle parole di pochi, generosi padri della patria; sogno mai realizzato, mai tradotto in strutture, comportamenti, culture coerenti.
L’ideale del Risorgimento si spense piano piano, si adattò alla dura realtà della monarchia Sabauda, legittimata dalla foglia di fico dell’unità nazionale.
L’ideale della resistenza e del dopoguerra, si è infranto nelle dure logiche del potere consociativo e assistenziale degli ultimi venticinque anni di vita democratica del Paese. Dove finirà la nuova rivoluzione nata dalla tensione moralistica e liberatrice di “mani pulite”?
Non si può saltare un anello fondamentale dell’evoluzione. Tanti tentativi abortiti di sviluppo della democrazia sono il risultato della non comprensione del problema di fondo: l’Italia non avrà vera democrazia e vero sviluppo senza un vero, onesto, lungo periodo di gestione liberale del potere, del Governo, delle istituzioni, dei comportamenti. Occorre rompere gli schemi culturali del passato.

E poi, una volta rotto lo schema, dove si dovrebbe andare?

Si deve rompere il secondo passo, quello dell’assunzione di responsabilità adeguate ad un Paese oggettivamente cresciuto.
L’auto coscienza di quello che siamo (specie per quanto attiene la nostra forza) deve portarci ad accettare le responsabilità di quello che dobbiamo fare per raggiungere un’ulteriore tappa di sviluppo, che è ad un tempo nazionale ed europea senza distinzione alcuna. Perché il risanamento del bilancio dello Stato, il controllo dell’inflazione, l’abbassamento dell’indebitamento pubblico sono semplicemente una parte di quello che come Paese dobbiamo fare e possiamo permetterci, Europa o non Europa.
Maastricht ha avuto il grave torto di presentare i criteri di convergenza quasi come un esame per giudicare chi è bravo e chi no. La politica non è fatta di parametri. I bilanci non parlano al cuore dei cittadini. Ma non per questo si può pensare che il deficit possa restare quello che è oggi; che il debito pubblico possa restare al livello attuale. Questi sono problemi nostri, non di Maastricht.
Abbiamo potenzialità da sfruttare e impegni da assolvere, non serve dipingere un paese debole e inadeguato, visto che siamo cresciuti e dobbiamo assumerci le responsabilità che ne conseguono.

Bastano sincera autocoscienza e nuova responsabilità a rimetterci in pista per l’ingresso nel sistema europeo?

Niente risulta automatico e facile. Ma se i due passi vengono efficacemente compiuti, è possibile anche il terzo: quello del graduale recupero di credibilità e di una leadership appropriata. Il fatto forse più grave che stiamo vivendo è quello di un indebolimento dei poteri, di una loro frantumazione in tanti centri che solo in parte dipende dai meccanismi di determinazione dei medesimi. Nella gran parte dei casi dipende da leadership fragili, improvvisate, con scarse basi della parte solida e più strutturata del Paese.
Il potere è contemporaneamente legittimità (istituzionale) e legittimazione (sociale); oppure non è, non dura, o soffre di troppe caducità ravvicinate, bruciando uomini e leaders con ritmi patologici.

Ma come si può innescare un meccanismo che possa generare leadership appropriate?

Spesso si ha l’impressione che la nostra credibilità risulti al di sotto di quanto il paese meriti. Il fatto che questa opinione venga diffusa dai nostri concorrenti è comprensibile. Ma da noi spesso sono gli stessi italiani ad essere convinti assertori della non credibilità del loro paese. E ciò e meno accettabile. Ritrovare leadership adeguate il compito di fondo che ci spetta. Ma una leadership non nasce dal nulla; richiede la capacità di interpretare proprio la fase di assunzione di responsabilità che oggi ci appartiene come dovere e come diritto. E la responsabilità delle nostre scelte e delle nostre azioni deve scaturire da un onesto processo di autocoscienza di quello che siamo e di quello che possiamo diventare; nonché di quello che abbiamo e che potremo ancora avere.
Bisogna insomma “usare” l’Europa per attivare il circuito virtuoso autocoscienza/responsabilità/leadership; e non “subire” l’Europa per alimentare il pericoloso circuito negativo di falsa coscienza/fuga della responsabilità/indebolimento ulteriore della leadership.
L’Europa va riportata fuori dalla ritualità delle contrapposizioni tra chi vuol stare al gioco e chi no, per recuperare un’occasione di sviluppo reale e di selezione di buona classe dirigente di cui abbiamo assoluto bisogno.

Questo tuttavia vuol dire che l’Italia deve impegnarsi più duramente di altri paesi che sono già in prima fila….

Certamente è così. Però c’è anche un vantaggio: quello di poter trarre insegnamento dai successi e dai fallimenti altrui. L’Italia si trova nella condizione di poter utilizzare l’esperienza di altri paesi per le proprie decisioni. I termini della questione, pur nella loro complessità, sono chiari: l’Italia ha perso tempo ostinandosi a voler ignorare gli eventi, mentre altri paesi se ne sono fortemente avvantaggiati. Oggi essa si trova nella scomoda posizione di dover procedere contemporaneamente a una profonda riorganizzazione mirata al risanamento e all’avvio di una nuova politica di sviluppo.

Insomma Lei dice che la politica dei due tempi intrapresa dal nostro Paese non è più possibile?

Normalmente in una azienda si possono operare sempre più scelte: la prima, sostanzialmente, è quella di non far nulla. Al di là di quanto si dice da varie parti questa è sostanzialmente la scelta fatta dall’Italia. Ma continuare a scegliere di non far nulla sarebbe disastroso. Altra scelta, molto seguita oggi, è quella di puntare tutto sulla riduzione dei costi e delle inefficienze, sul risanamento, per riconsiderare le opportunità di sviluppo in un secondo tempo. Ma anche tale scelta oggi per l’Italia non appare realisticamente praticabile, poiché il problema più grave del Paese è quello del suo ritardo nello sviluppo e nella competitività. Il problema del risanamento non riguarda solo il bilancio pubblico ma, anche il settore della pubblica amministrazione, dei servizi e dei settori industriali maturi rispetto ai concorrenti. L’attuale emergenza finanziaria del Paese è in primo luogo conseguenza dei problemi di fondo dell’economia e dell’industria nazionale e del loro ritardo rispetto ai concorrenti sia in termini di sistemi infrastrutturale, che di disponibilità di tecnologie e conoscenze. Tale ritardo non può essere curato se non si eliminano i fattori che lo determinano. La logica dei due tempi, risanamento prima e sviluppo poi, non sembra applicabile perciò nel caso italiano. Occorre fare le due cose insieme.
L’accelerazione della strada per l’Europa ci obbliga al cambiamento. Però questo può trasformarsi in un elemento reale di successo solo se inquadrato in un progetto integrato per l’intero Paese.
E’ pertanto necessario effettuare gli indilazionabili interventi congiunturali per evitare gravi impasse finanziarie, avendo come punti di riferimento sia le politiche di risanamento che di sviluppo. E’ necessaria, insomma, una strategia un vero e proprio progetto Italia. L’Italia considerata come un’azienda inserita in un mercato globale, con concorrenti nazionali del peso della Germania e della Francia, e con problematiche enormi di consenso sociale e di motivazione del Paese intorno a visioni nuove; capaci di privilegiare il senso dell’appartenenza nazionale, il collettivo rispetto all’individuale, il progetto e la visione rispetto al caos ed alla supina accettazione degli eventi.

2. Allargamento della democrazia, incisività del governo.

Operare una trasformazione sul duplice piano del risanamento e dello sviluppo, richiede un cambiamento talmente radicale da apparire rivoluzionario…

La parola rivoluzionario può forse spaventare, certo abbiamo bisogno di un elemento di rottura, di discontinuità.
Molti pensano che questo elemento possa essere rappresentato da un uomo, altri da una minoranza rigorosa ed organizzata con un potere privo di riscontro democratico; altri ancora da un partito o da un movimento d’opinione. Ma di rado una di queste alternative si verifica in democrazia. Occorre una maturazione lunga e profonda, e condizioni istituzionali che lo permettono.
L’Italia ha bisogno in primo luogo di aggiornare le sue infrastrutture di base, immateriali e materiali, riscrivendo sia la sua costituzione politica che quella economica.
E’ proprio per questo che, vicino ad un nuovo governo dell’economia, serve costruire una nuova architettura istituzionale, capace di far evolvere la nostra democrazia; che renda efficaci i processi istituzionali e ristabilisca criteri di fiducia generale, oggi inesistenti anche a causa di un sistema normativo che regola ogni atto dei cittadini e blocca la possibilità di cambiamento e di sviluppo. Questo ridisegno dell’architettura istituzionale deve andare di pari passo con il ristabilimento delle condizioni di pubblica moralità e di rilegittimazione di quegli organismi dal quale dal quale dipendono il buon funzionamento della società e le relazioni con gli altri.

Lei dice che la società italiana vive un periodo tormentato a causa degli accadimenti passati e delle incertezze sul futuro e la colpa, se così si può dire, non è forse nell’incapacità dei politici nel dare le risposte giuste?

Non si tratta ormai di trovare colpevoli. Questo esercizio lo abbiamo fatto negli anni passati ed oggi corriamo il rischio che la ricerca ulteriore ci distragga dal compito vero che abbiamo: costruire il futuro. Questo è fatto di progetti, di idee e di uomini capaci e responsabili.
Continuare a cercare colpevoli mi sembra che equivalga ad esaltare non la massa di non colpevoli ma solo coloro che ormai vivono parlando dei colpevoli del passato. Da noi c’è spesso il rischio di avere un numero di partigiani enormemente superiore a quelli che hanno fatto la resistenza realmente. Tutti vogliono vincere ed a volte difendono posizioni solo per autogarantirsi. Pochi italiani amano sentirsi, sia pure temporaneamente, esclusi dal potere, attendono il loro turno.
Certo è necessario propiziare un miglior governo dell’economia ma, affinché ciò possa accadere, occorre comprendere meglio dove mettere le mani, quale politica economica seguire e soprattutto attraverso quali strumenti istituzionali realizzarla.
Il danno più grave, per non dire irreparabile, della cultura che si esprimeva per tangenti, è stato quello arrecato al sistema infrastrutturale e dei servizi del Paese.
La prevalenza politica delle decisioni ha infatti depotenziato l’amministrazione pubblica anche nei vari centri di eccellenza burocratica; ha fatto crescere una imprenditorialità improvvisata e spesso pasticciona a danno di una imprenditorialità sana e competitiva; il sistema finanziario nazionale; ha svilito le capacità progettuali e demotivato idee con dignità architettonica a favore di mediocri e conformisti realizzazioni sia di edifici che di opere infrastrutturali. Tempi e costi di realizzazione sono divenuti gradualmente degli optionals noiosi e quasi inutili. Per cui oggi disponiamo di un sistema di infrastrutture vecchio e tecnologicamente superato. Di un sistema imprenditoriale di dimensioni o cultura provinciale, tranne pochissime eccezioni. Di un sistema di servizi lontano dalla qualità, dalla competitività della dimensione di cui il sistema Paese avrebbe bisogno.
Nel ricostruire ed ammodernare le infrastrutture bisogna quindi tenere conto dell’insieme di questi fattori e procedere con metodi fortemente innovativi rispetto al passato.
Le opere vanno ripensate con una visione solistica, finalizzate al servizio, a dimensione europea e con finanziamento e gestione privata.
Si tratta, pertanto, di costruire le nuove strutture del consenso e della democrazia, rivedere l’intera architettura dello Stato. Rivedere il modo in cui gli italiani si pongono verso la democrazia; sperare il consociativismo è un problema di fondo del Paese, che deve accettare di avere maggioranze e opposizioni. Non si governa col consenso di tutti. Bisogna imparare a governare con una maggioranza. Dice Sartori che i politici sono popolari nei tempi eroici, ma raramente lo sono in tempi di “routine”, quando la politica democratica diventa gestione quotidiana giorno per giorno, di problemi normali.
Nel nostro paese, circola come in molti altri la disillusione e la sfiducia; si sta sviluppando una certa frustrazione e rabbia, un vero e proprio rigetto della politica. Non sta a me dare spiegazioni sul come ci si è arrivati dato che le ragioni sono parecchie.
Uno dei fattori è la scomparsa delle ideologie. Un altro la corruzione politica. Questa non è certo un nuovo venuto, anche se bisogna riconoscere che l’avidità ha raggiunto livelli che la coscienza civile non poteva più sopportare.
Vorrei esprimere la sensazione che la corruzione in Italia è oggi un fenomeno di più vasta portata di quella associata comunemente alle tangenti. Questa mette paura per la vastità e per la generalità del fenomeno; ma la generalizzazione finisce, paradossalmente, anche per tranquillizzare.
La corruzione più grave è quella degli animi, il cinismo, l’egoismo, la mancanza di solidarietà, la sete di potere, l’invidiosa e miope visione del prossimo, tanti integralismi, tanti opportunismi moralistici.
Ma al di là della ricerca di colpevoli e della critica al costume c’è ormai la necessità che in una società evoluta, nel momento in cui si aprono sempre più spazi di democrazia e di partecipazione, si creino contemporaneamente delle strutture in cui la capacità di decisione e di realizzazione siano ugualmente veloci, in sintonia con l’era informatico-telematica.
E si accetti che la democrazia è alternanza di uomini, di idee, di programmi. Tutto ciò è fisiologico. Se tutti vogliono contemporaneamente comandare, e restare sempre al potere, questa è la negazione della democrazia.

Quindi procedono di pari passo le riforme istituzionali, quelle economiche e quelle che possiamo chiamare culturali.

Io ritengo che al di là della cosiddetta “pulizia della politica”, priorità fondamentale del nostro tempo, è necessario un sistema, che coniughi l’allargamento degli spazi di gestione democratica (dalle Unità Locali alle Regioni, dagli uffici alle fabbriche alla scuola), con l’unitarietà della decisione che permetta al Paese di camminare velocemente sulla strada della modernizzazione. Il creare queste nuove forme e questi nuovi strumenti di decisione politica spetta ai partiti, al Parlamento, agli intellettuali, agli uomini di cultura (ma questo lo possono dire meglio di me i vari ingegneri costituzionali che si vanno alternando al letto della nostra democrazia malata).
L’organizzazione dello Stato richiede più di ogni altra organizzazione di essere mantenuta in efficienza, revisionata, aggiornata costantemente; poiché, senza la sua efficienza, non ci potrà essere sviluppo e crescita del Paese. La democrazia e lo sviluppo hanno bisogno di spazi ampi per crescere; non possono essere ingessati in regole obsolete, rigide, sperate. D’altra parte, la crisi dello Stato, oltre alle ragioni sopraddette è anzitutto il risultato di una grande occasione mancata. Nella seconda metà degli anni ottanta il prodotto interno lordo ha superato la media dei nostri partners comunitari e nel 1986 l’Italia addirittura si era collocata come quinta potenza industriale dell’occidente. Ma la ricchezza prodotta dal Paese ha alimentato soprattutto le strutture assistenziali, burocratiche e clientelari. Anziché venire impiegata per la modernizzazione del Paese è stata generosamente riservata per tenere in vita un’economia dispendiosa, fittizia e parassitaria.

Lei intende dire che l’Italia ricca è più arretrata ed inefficiente dell’Italia povera del passato?

La verità è che per più di un secolo come dimostra la storia del nostro Paese, lo Stato ha fornito servizi, università, scuola, tribunali, polizia, poste, telegrafi, strade, infrastrutture in genere superiori per quantità e qualità a quelle di cui la società nel suo insieme aveva mai goduto in passato. Oggi invece lo Stato italiano fornisce complessivamente servizi assai peggiori di quelli che la società italiana ha il diritto di pretendere dopo il forte sviluppo degli ultimi quarant’anni. Basta allargare lo sguardo infatti non solo alle opere che non sono state costruite ed alle tante costruite ed inutili, ma all’aumento dei delitti, al potere della criminalità organizzata nelle regioni meridionali, alla crescente paralisi della giustizia civile, alla mediocrità dei servizi resi dalla funzione pubblica, al ritardo con cui il Paese adegua le sue comunicazioni, la sua rete informativa, i suoi controlli (il trattato di Schengen che permette la libera circolazione senza passaporto nei Paesi Comunitari non è stato possibile ancora renderlo esecutivo nel nostro Paese) e le strutture economico-finanziariie a quelle dell’Europa Comunitaria. Lo sviluppo e la crescita di infrastrutture civili e scolastiche ha scavato un nuovo fossato fra il Nord e il Sud. Purtroppo oggi esiste un ulteriore fossato: quello tra l’Italia ed il resto d’Europa. Quando l’Italia ha perso l’appuntamento della grande modernizzazione si è vista in tutta la sua gravità l’insufficienza delle nostre istituzioni politiche.

Sembrerebbe che la crisi per l’Italia oltre che per fatti interni si sia ingrandita per l’avvento dell’unione monetaria europea?

Non è così; Maastricht ha evidenziato una situazione che noi ci ostinavamo ad ignorare, non ha aggravato la crisi nel nostro paese. Negli anni ’91-’92 la prospettiva dell’unione e i criteri di rigore economico-monetari fissati dai negoziatori del trattato crearono in larghi settori della migliore classe dirigente la consapevolezza che il Paese non era in grado di stare in Europa. Il trattato ha avuto l’effetto di smascherare l’ottimismo, a volte le ingenue illusioni, con cui i politici avevano dibattuto il problema del debito pubblico e del disavanzo. In queste condizioni di quel passo e con quella situazione politica era chiaro che l’Italia non ci sarebbe entrata mai nell’Unione Europea. Tutto ciò ha scosso la coscienza del Paese, facendo toccare con mano la crisi in cui si dibatteva. Se l’Italia resta fuori dall’Unione o è costretta a seguirla da lontano, ne soffrono maggiormente le Regioni con più forti legami economici e culturali con l’Europa Centrale ed Occidentale. Nel nostro Paese al Nord ancor oggi c’è una violenta reazione contro chi ha voluto mediterraneizzare le regioni settentrionali. Nella classe dirigente della Lombardia, del Veneto, del Piemonte, dell’Emilia Romagna, si va sempre più diffondendo la preoccupazione di essere tagliati fuori dall’appuntamento con l’Europa, di perdere la “cittadinanza europea” per scivolare verso il sud della penisola. E’ questa l’altra crisi del Paese che ha riportato alla luce l’esistenza di Italie diverse, che ne ha accresciuto le distanze. Senza un superamento della crisi e della instabilità politica si accentuano le differenze regionali, vengono meno i sentimenti di unità e solidarietà. Insomma bisogna ricostruire lo Stato integrando le diversità. Solo in questa ottica vano viste le riforme che cercano di costruire uno Stato federale in cui le diverse regioni del Paese possano ancora convivere.

Allora Maastricht è un bene per l’Italia e l’Europa?

Certamente è un bene, ma si tratta a mio modo di vedere di una soluzione ancora parziale. A questo punto ritengo opportuno allargare il discorso all’Europa.

Quale è il percorso possibile perché i cittadini si riavvicinino allo Stato?

Per superare le barriere più o meno artificiose innalzate tra il cittadino e lo Stato bisogna ripristinare regole di trasparenza, certezza del diritto ed imparzialità. L’efficienza non è compatibile con la sovrapposizione di potere e di competenze. Bisogna attribuire responsabilità in mod decentrato, cioè là dove il servizio viene fruito. Questo significa attribuire autonomia ai livelli periferici con più collegamenti del tipo “leggero”, reti telematiche ecc. E’ il sogno dei riferimenti amministrativi che dialogano con l’utenza. Il potere da disegnare non si può basare più sul controllo de flussi di ricchezza, di mobilità, di stato sociale, di sostegno economico. La strada è quella dell’avere meno ordini professionali e più professioni innovative, meno strutture di categoria e più integrazione attorno a un progetto economico per la competitività della propria città e della propria regione. In questa linea la creazione di “valore” della politica coincide con la creazione di “valore” per il cittadino; in questo modo la nuova radice del consenso si sposta là dove trova più valore.

3.La rivoluzione della “liquidità”

Lei parla di una nuova cultura che si dovrebbe avere in questa fase, ma quali sono le nuove frontiere di questa nuova era identificata come società dei servizi?

Non è facile ragionare attorno allo sviluppo futuro del mondo occidentale, addentrandosi nella sua logica interna e non nella sua semplice rappresentazione: occorre coglierne la direzione di marcia, le potenzialità, le implicazioni. Oggi infatti sta cambiando tutto. La concezione illuministica del progresso si fondava nella cultura della linearità della crescita. Questa ha appagato le aspirazioni di un’intera società ed ha segnato il nostro modo di essere e di vivere, i nostro progetti, il senso stesso della società.
L’identificazione tra sviluppo e crescita dell’occupazione, l’aumento del PIL ed il consolidamento delle garanzie individuali e collettive hanno costituito elementi costanti della tradizione politica e della cultura economica e sociale delle democrazie occidentali nel dopoguerra.
Solo nell’ultimo decennio una visione di progresso troppo semplice e continuamente in crescita si è andata via via sgretolando e la complessità del processo di sviluppo è divenuta un’idea compiuta e depositata nelle nostre menti. E’ andata improvvisamente crescendo la percezione che le variabili in gioco sono molto più numerose ed articolate.

Sviluppo e progresso quindi non vanno più a braccetto, non sono sinonimi, non possono più coniugare contemporaneamente la sicurezza del posto di lavoro e le garanzie di assistenza?

L’idea di progresso oggi non è più sinonimo di linearità; anzi la nuova idea è piuttosto quella di un progresso nella casualità e nel caos. Per me entrambe le rappresentazioni appaiono, per ragioni diverse, del tutto inadeguate a catturare quello che avviene attorno a noi e di cui noi siamo nello stesso tempo attori e spettatori. Occorre compiere uno sforzo che sfugga a questi due estremi. Bisogna individuare i motivi forti delle trasformazioni in corso per capire se, e in che misura, lo sviluppo di domani può essere indirizzato a vantaggio dell’intera collettività, senza per questo limitare o danneggiare i singoli individui.

Insomma mi sembra di capire che alla base della nuova terminologia c’è stata una rivoluzione, un vero e proprio cambiamento di contenuti?

Bisogna fare un breve excursus storico per avere chiaro ciò che sta avvenendo.
L’idea di progresso e la nozione di sviluppo sono categorie relativamente nuove, se considerate in una dimensione storica. Sono direttamente collegate alla visione del mondo ed all’universo simbolico creato con l’emergere dell’industrialismo, che si contrappose ad un approccio statico del divenire umano. Newton e Galileo nelle scienze affermarono il principio che l’universo e la natura non erano un dato di fatto incomprensibile ed impenetrabile; potevano essere non solo compresi ma posti al servizio dell’uomo.
Locke e Cartesio nella filosofia hanno sistematizzato l’essenza di quell’universo simbolico che, assieme all’innovazione tecnologica, permise il sorgere dell’era industriale.
Nell’era industriale la grande rivoluzione si basò sostanzialmente sulla liberazione dell’energia attraverso il motore a vapore e poi quello elettrico. Con la liberazione dell’energia e la nascita delle tecnologie meccaniche nacquero le industrie di produzione di massa. L’industria sostituì l’agricoltura nella produzione di ricchezza. Dall’economia di sussistenza si passò all’economia industriale. Ma con essa venne anche l’enorme concentrazione di capitale che affidava ai capitalisti ed alle banche la gestione dei nuovi poteri. E con il capitalismo industriale che modificava radicalmente le abitudini degli individui con la promessa di ricchezza, nasce lo stato del benessere e lo stato sociale.

Quindi senza la produzione di ricchezza dello stato industriale non ci sarebbe stato il “welfare state”. Ma la novità della cosiddetta società dei servizi che si contrappone a quella della società industriale non è basata anche su un diverso modo di concepire i fattori della roduzione e soprattutto l’energia?

Senza dubbio la liberazione dell’energia meccanica ha portato attraverso il tempo alla produzione di un’enorme ricchezza; che è stata usata per garantire anche l’individuo, ma alla lunga ne ha imbrigliato e fortemente condizionato le potenziali energie. La deresponsabilizzazione individuale è stato uno dei risultati di questa fase dello sviluppo. L’era industriale era impostata secondo una logica basata sul prodotto, che logicamente richiede la disponibilità di consumatori. La conclusione ultima e paradossale è stata la creazione di una società dei consumi. La visione di Wells nella “macchina del tempo” con la trasformazione degli uomini in felici Eloi e con i Morlock sempre in agguato ne rappresenta la proiezione estrema.
Ora il discorso è radicalmente cambiato. L’era post industriale definita anche economia dei servizi, economia informatica, economia della conoscenza, poggia su una seconda grande rivoluzione, basata sulla liberazione di ogni forma di energia attraverso le tecnologie, in particolare quelle legate al trattamento dell’informazione. In poche parole, mentre gli strumenti precedenti velocizzavano il lavoro, e pur risparmiando alla gente le fatiche più dure ne condizionavano fortemente i comportamenti con il rischio di creare tanti robot umani (“Tempi Moderni” di Chaplin), i nuovi strumenti tecnologici richiedono lo sviluppo delle capacità intellettuali degli individui. La nuova rivoluzione poggia sul fatto che le risorse sono illimitate, fungibili, liquide. L’unica risorsa che conta è ridivenuto di nuovo l’uomo, per cui la vera risorsa è nella conoscenza come presupposto di passaggio alla competenza, e da questa alla visione, al sentire comune.

E’ forse la materializzazione dell’economia?

La possibilità di rendere le risorse liquide (buona parte del lavoro infatti consiste nel prendere decisioni ed assorbire nozioni) determina maggiore flessibilità del’economia in ogni momento, in ogni luogo e per ogni individuo. Dall’aratro siamo passati al motore a scoppio e ora ai microchips. Si sono create condizioni che aumentano smisuratamente le opzioni a disposizione di ogni attore economico. Nascono le condizioni per una nuova divisione del lavoro; ogni attività è svolta ormai nel luogo che offre le migliori condizioni. Si produce dove è più conveniente, si ricompone dove è più produttivo, dove è più facile arrivare ai consumatori. Questa è la rivoluzione della liquidità, che per definizione non conosce confini fisici. Dai telefoni mobili, alla rete internet, alla televisione interattiva, la società cibernetica informatica consente di stare contemporaneamente in ogni parte del globo, di vivere e gestire fenomeni produttivi di altissima complessità in tempo reale verso ogni attore e fattore della produzione. Dice Bill Gates “Credo che potremmo essere sul punto di assistere finalmente alla realizzazione del “mercato ideale” teorizzatoo da Adam Smith”.
Se con l’espressione “materializzazione dell’economia” intendiamo dire che il punto centrale dello sviluppo non è più “il prodotto” bensì il modo di sentire, la competenza, allora certamente l’espressione può rappresentare correttamente la fase che viviamo. Ma ciò non vuol minimamente dire che non esistono più i prodotti.

3.Istituzioni e imprese di fronte alla nuova logica industriale

Ma al di là del caso italiano la rivoluzione della liquidità sta cambiando radicalmente la società rispetto alle visioni del mondo sin qui prevalenti e ormai sta sconvolgendo anche la società e la politica.

Si, effettivamente tutti stanno vivendo la transizione da un mondo dominato da principi razionalistici, cartesiani, occidentali, sequenziali, orientati al risultato, ad un mondo in cui prevalgono la teoria del caos, il principio di indeterminazione, la teoria della complessità, la non chiarificabilità, l’interattività, il processo, la relatività, l’incertezza.
Tutto ciò modifica in profondità tutte le strutture organizzate ed è alla base della sconfitta storica delle istituzioni più rigide, Stati o imprese, che non ne hanno compreso né la forza né le formidabili potenzialità.
Come l’era industriale era il risultato dell’affermazione di un nuovo approccio culturale e richiese l’adozione di nuovi parametri mentali e nuovi strumenti istituzionali organizzativi (le cosiddette moderne democrazie al posto degli Stati autoritari) l’era neoindustriale, o dei servizi, sarà caratterizzata da analoghi cambiamenti, probabilmente ancor più profondi.
Nell’era industriale lo scambio, al livello sociale, era rappresentato dala creazione di posti di lavoro; sviluppo equivaleva a occupazione e miglioramento delle condizioni di lavoro.
La piena occupazione è stato il mito irrinunciabile in nome del quale si è accettato di sacrificare esigenze primarie quali la tutela dela salute e l’ambiente.
In pochi anni questi principi sono divenuti obsoleti, i cambiamenti sono già avvenuti, anche se noi continuiamo a non vederli ed a non accettarli.
Manchiamo perfino di un linguaggio adeguato; le parole hanno assunto una loro vita autonoma, rappresentano il mondo convenzionale e virtuale che non esiste più.

Non potremmo provare a fare un rapido giro d’orizzonte sul grado di reazione degli Stati, delle imprese e degli individui a queste mutate condizioni?

Per gli Stati, e questo non dovrebbe essere una sorpresa per noi italiani datala nostra situazione, la capacità di reazione è quasi nulla, sia a livello di amministrazione pubblica in senso stretto che al livello di istituzioni ad esse collegate.
Gli Stati hanno perduto l’iniziativa. Con il livello di tecnologia che essi hanno attualmente a disposizione è possibile una certa capacità di influenza solo nel mondo localistico, attraverso una stretta alleanza (spesso non sacra) con il capitalismo; questo ha sinora rappresentato l’unico meccanismo conosciuto capace di produrre il valore da cui lo Stato è rimasto totalmente dipendente.
Anche istituzioni quali i sindacati, che furono un importante e funzionale innovazione nel passaggio all’era industria e per tutta la sua durata, rischiano di limitarsi oggi ad organizzare rituali privi di influenza sulla realtà.
E’ fuori dalla loro cultura il senso della globalizzazione, del mercato unico a tutto campo, dove la competizione è sempre più incalzante e dove regna la legge del più organizzato, del più flessibile, che diviene il più forte per un certo momento. Ma nulla è acquisito mai definitivamente e quindi bisogna rimettersi continuamente in gioco.
Il sindacato ha fatto fare alla società civile enormi passi avanti con le sue battaglie sui diritti sul lavoro, sull’ambiente sano, su un giusto salario. Ora però non riesce a fare un salto di qualità trincerato com’è sulle sue posizioni tradizionali di difesa dell’esistente; va sempre più chiudendosi in una logica nazionalistica e regionale, in una visione statica d’impresa.
Le organizzazioni internazionali a cui è associato continuano in sterili e vuote prese di posizione, non entrano nel vivo della divisione internazionale del lavoro. Quando si vuole difendere tutto il passato si diventa conservatori e non s vede il nuovo e l’ascesa delle nuove classi che si battono per un nuovo progresso. Purtroppo, l’assistenzialismo si trova un po’ in tutte le istituzioni, anche quelle che sono state attrici nel passato di grandi riforme e grandi cambiamenti. Sono gli individui, quindi, gli stessi lavoratori che potrebbero essere gli attori veri del mutamento. Certo un sindacato di chi non ha lavoro, un sindacato di chi deve ancora entrare nel mercato è tuttora una contraddizione in termini!

E allora chi sono i protagonisti di questa fase? Chi è che sta realizzando i dettati della nuova rivoluzione?

Sono i mercati mondiali e la capacità innovativa a determinare la direzione del processo di crescita, i livelli di occupazione e delle retribuzioni; non gli Stati, né i sindacati, né qualunque confederazione industriale di qualunque paese. E’ venuto meno il binomio che ha retto cento anni di industrializzazione: sviluppo-occupazione, Stato-garanzie, capitalismo-lavoro. La competitività delle nazioni dipende dalla capacità delle istituzioni e delle organizzazioni di adottare nuovi modelli di funzionamento, di riflettere la nuova logica industriale e la nuova modalità di creare lavoro.
I paesi sono divenuti regioni di un’economia globale; i cittadini lavoratori di un mercato globale.
Ma gli Stati fondano la loro azione di governo più impegnativa ancora sulla difesa di quella che considerano la loro ricchezza: produzione e lavoro.
In Italia, in particolare, le leggi, i regolamenti, le istituzioni cristallizzano situazioni superate, innalzano barriere al nuovo, difendono sistematicamente il vecchio con rigore estremistico. Pensi che malgrado l’avvio della riforma dell’amministrazione pubblica sollecitata dalle spinte comunitarie, l’assetto ordinamentale dello Stato nel nostro paese resta essenzialmente organizzato per comptenze settoriali.

Insomma Lei vuole dire che anche se si è presa coscienza come si è visto dal Governo Ciampi in poi della necessità di innestare elementi di maggiore efficienza nell’apparato dello Stato, la burocrazia non solo si difende e non comprende le motivazioni che stanno alla base della nuova cultura di impresa ma anche le riforme dei regolamenti e della normativa che dovrebbe tener conto di un mondo senza frontiere rimane ancorata al passato?

Per ora l’Italia ha rinunciato a cogliere le opportunità offerte dalla dimensione dell’intersettorialità e dell’internazionalità, con paradossi finanche umoristici se non fossero drammatici. Si può infatti ancora essere multati o compiere reati se si portano al di là di talune frontiere nazionali più di tre bottiglie di vino o di una scatola di sigari, mentre nella valigetta dei documenti è normale portare contratti che possono spostare miliardi di dollari, proprietà di grandi aziende, o lavori per migliaia di persone. Paradossi di questo genere si possono trovare in gran parte della legislazione che attiene alle attività economiche, alla loro tutela ed alle garanzie locali. Lo Stato ha perso completamente la capacità di capire cosa è valore e quali risorse sono importanti per il paese.

Lei ha detto che lo Stato ha perso completamente la capacità di capire cosa è valore e quali risorse siano importanti per il paese in questa fase, e l’industria come reagisce?

Gli effetti della nuova logica industriale sembrano essere molto meglio conosciuti alle imprese. La prima conseguenza è stata quella della creazione di un mercato mondiale sia dei beni che dei servizi, sia delle materie prime che dei prodotti. La seconda è stata l’orientamento al cliente e la necessità di offrirgli le migliori competenze e servizi. Una società può essere vista come una sorta di broker o di mediatore tra l’orientamento al cliente e la competenza globale. Si sono moltiplicati i rapporti tra imprese, si tende a specializzare altamente l’attività industriale, si costruiscono aziende in località impensabili nel passato. Poiché è impossibile per ogni singola impresa essere impresa mondiale, in ogni area di competenza, le aziende ricorrono sempre di più a forme contrattuali come outsourcing e al subcontracting. Per cui mentre lo Stato si attarda nelle sue vecchie liturgie ed è obiettivamente elemento di conservazione rispetto al nuovo che urge, le imprese cambiano profondamente nelle strutture, nelle modalità riprodurre, nei rapporti con il cliente. La tecnologia assume il ruolo del meteorite che sessanta milioni di anni fa causò l’estinzione dei dinosauri e l’affermazione dei mammiferi.

Sembrerebbe la definitiva scomparsa dei valori, la società cioè non ha più un paradigma di norme, è così?

Fino ad oggi le norme sono state tradizionalmente espresse da istituzioni forti, come lo Stato e la Chiesa; queste interiorizzate dagli individui diventavano valori. Negli ultimi anni gli Stati, le istituzioni e la classe politica non sono più in grado di fornire alla collettività garanzie adeguate per influenzare e determinare norme e valori. Il mercato è stato influenzato dalla nuova cultura del globalismo, sono sorte le multinazionali che sono istituzioni più potenti degli Stati nazionali. Galbraith, l’economista del presidente Kennedy, lo aveva previsto più di venti anni fa. Gli individui stessi sono sempre meno condizionati dalle istituzioni tradizionali e sempre più dalle organizzazioni nelle quali e delle quali vivono. C’è addirittura una forma di contestazione alle istituzioni non territoriali; pensate in Italia alla critica delle associazioni industriali territoriali del nord al centralismo romano. I piccoli imprenditori si sentono appartenenti alla istituzione con cui interloquiscono giornalmente sentendola come una cosa loro e non alla istituzione che li rappresenta a livello nazionale. Ma al di là della piccola contestazione di paese, questo è il sintomo di un fenomeno che sta colpendo tutte le istituzioni.

Insomma siamo alla vittoria dell’incertezza sulla sicurezza, del cambiamento sulla staticità, questo non può portare a dei pericoli?

No, la novità è che i valori, di fronte al cambiamento continuo di cui abbiamo parlato, non sono considerati eterni. Solo le Chiese mantengono una presa forte su taluni valori. Gli individui non sono più gestibili dalle istituzioni; tendono essi stessi a progettare la loro vita, perseguono i valori che considerano per loro migliori massimizzando il proprio risultato individuale. I giovani a Roma hanno ormai più visioni comuni con quelli di New York che non con la loro famiglia. Insomma la decomposizione della società tradizionale è un fatto. Il nuovo sviluppo trainato dalla tecnologia, ha travolto le più alte mura innalzate intorno alle garanzie ed alle certezze individuali. Al di là delle ideologie e delle utopie si sviluppano nuove culture ed un nuovo modo di vedere l’uomo. Il nuovo valore risiede ormai nella responsabilità individuale e delle organizzazioni. Prima era lo Stato, o comunque istituzioni pubbliche, ad assumere responsabilità generali; mentre i valori erano fortemente e saldamente nel privato; oggi abbiamo un fenomeno inverso, almeno come tendenza: si va alla privatizzazione delle responsabilità ed alla pubblicizzazione dei valori.

In questa economia post produttiva come si differenziano i tradizionali ruoli dell’imprenditore, dei produttori e del mercato?

Quel che conta oggi più di ieri è il prodotto finale, inteso come servizio o utilità resa, e comunque percepita; i tradizionali fattori della produzione capitale e del lavoro, contano molto di meno.
Ricerca e sviluppo, pubblicità, il modo di fare finanza. Incidono oggi sui costi e sulle sorti dell’azienda molto più del lavoro e de capitale. Sono i produttori di questi servizi i protagonisti di questo sviluppo, Quando si parla di economia immateriale si intende dire che quel che conta è più il servizio che non il prodotto. Si calcola che in USA l’automobile, prodotto per eccellenza degli anni passati, ha un contenuto di servizi che vale fino al settantacinque per cento del prezzo finale. Anche l’estetica oggi conta in molti prodotti più della materia con cui sono fatti.
In funzione di tutto questo anche le leggi dell’economia vengono reinterpretate e si giunge ad una nuova rivalutazione, per non dire esaltazione, del capitale umano, visto come competenza, professionalità, servizio. Ma anche l’imprenditore cambia funzione; non è più l’inventore di macchine, o l’acquirente di lavoro salariato, né l’esperto combinatore di capitale e lavoro; né, tantomeno, il capitalista in senso tradizionale. Queste funzioni sono svolte da managers e da tecnici.
L’imprenditore è diventato, o sta diventando, un individuo capace di connettere dati, di combinare informazioni al fine ultimo della produzione e del mercato; e lascia spesso e volentieri ad altri l’attuazione. Il mercato è globale sia per necessità propria del progresso tecnologico sia, come abbiamo detto precedentemente, perché gli Stati medesimi hanno oggi capito i vantaggi di benessere che derivano dalla riduzione del grado di protezionismo riconosciuto alle produzioni nazionali.